Leviathan di Andrei Zvyagintsev

Leviathan, presentato a Cannes lo scorso anno dove ha vinto per la miglior sceneggiatura, e candidato all’Oscar come miglior film straniero, dove avrebbe dovuto vincere sul pur bello Ida, è un film russo del regista Andrey Zvyagintsev, Leone d’oro nel 2003 del bellissimo Il ritorno. È senza condizioni il capolavoro dell’anno. Non un frammento di questa livida pellicola è fuori posto. Non un sussurro sprecato. Un dramma dal sapore letterario, che più russo e perfetto non si può: ricostruisce il leviatano della burocrazia e della corruzione che persiste al suo interno, che corrode fino ad inghiottire tutto e non lascia spazio ai sentimenti, che vengono soffocati a vantaggio del potere.
 Né amore, né speranza, né dignità restano. Il regista fotografa con coraggio e intelligenza la Russia contemporanea del potere attraverso la storia di Kolya, meccanico che possiede un piccolo pezzo di terra dove è costruita una bella casa situata in un posto meraviglioso in una regione impervia e solitaria della Russia settentrionale, dove vive con il figlio adolescente avuto dalla prima moglie deceduta, e con la seconda, la bella e giovane Lilya, che si guadagna da vivere lavorando in una fabbrica che inscatola pesce. Ma il sindaco e i suoi adepti attraverso le maglie della burocrazia vogliono portargli via tutto per costruirvi il cuore di un altro tipo di potere, quello ecclesiastico. L’uomo fa di tutto per salvare la sua proprietà invano, nemmeno un suo caro amico avvocato, che si avvale a sua volta dell’arma del ricatto per cercare di sistemare le cose, riuscirà a fare qualcosa… Straordinario apologo di vita e morte sulla scia di Kafka e Dostoevskij.  Un dramma da camera che si mescola alla poetica della natura e del freddo della naturalistica Russia, che si scontra con il marciume della politica  contemporanea, dove la contemporaneità è il frutto ancora più malato e tormentato dell’ex impero russo, il cui mostro del burocratese ha trovato vie e meccanismi ancora più inquietanti, mostrati magari attraverso la figura di un sindaco obeso e alcolizzato o nella lettura di un documento retorico e cavilloso, inutile mezzo di linguaggio di una giudice che non rivolge mai sguardo al querelante, forse perché ha lei stessa qualcosa da nascondere. Le vecchie e logore costruzioni sovietiche si confondono alla volgarità delle nuove, il lusso di cattivo gusto che trasuda bestialità luciferina. Due ore e venti minuti che sembrano trenta, scioccante, soffocante, livida, pellicola che è un meraviglioso quadro d’insieme del mezzo cinema, valorizzato dalle dolenti prove attoriali dei protagonisti, che mettono in scena una delle sceneggiature meglio congeniate degli ultimi anni, dove anche il ruolo, all’apparenza meno importante è fondamentale al quadro d’insieme, dove una battuta o una lacrima possono sottolineare il cuore di un impero che ha subito molteplici metamorfosi, ma non ha mai abbandonato la sua anima che vive e respira nelle maglie della politica. Una storia tragica, una storia comune, una storia di umana inumanità dove in tutta la sua tragicità non perde quella necessaria e sottilissima traccia di speranza. Potente e vero. Meravigliosamente crudele e doloroso.

Erminio Fischetti








Leviathan
Regia: Andrei Zvyagintsev
Interpreti: Vladimir Vdovichenkov, Elena Lyadova, Aleksey Serebryakov, Anna Ukolova, Kristina Pakarina, Roman Madyanov, Sergey Pokhodaev, Aleksey Rozin, Aleksey Pavlov, Alim Bidnenko e Lesya Kudryashova
Orgine: Russia, 2014
Durata: 140 minuti
Distribuzione italiana: Academy Two, 7 maggio 2015

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