Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi
Nader un sedicenne egiziano,che vive a Ostia con la sua famiglia, fa una rapina con il suo migliore amico Stefano e poi torna a scuola. Brigitte, la sua fidanzata italiana, è mal vista dai genitori del ragazzo per ragioni religiose e culturali, allora il giovane protagonista scappa di casa. Il regista parte dalla fuga per raccontare una settimana di vita di Nader, schiacciato dal peso di essere arabo e la voglia di essere italiano. Ma in questa settimana il protagonista affronterà la paura, i nemici, la perdita di un amico, il freddo e la fame fino a ritrovare se stesso. Il titolo scelto è un omaggio a Pasolini che nella poesia Profezia parla della mescolanza di nuove culture e di un giovane Alì che ha gli occhi azzurri, anche Nader porta le lenti azzurre per non sembrare un egiziano e mescolarsi meglio ai suoi compagni di scuola.
Sicuramente nel film c’è un che di pasoliniano, è presente una condivisione estetica con i suoi film dove le emozioni sono grezze. Nella pellicola troviamo una forte realtà che riguarda la stessa vita del protagonista, c’è l’adolescenza vissuta in periferia e i conflitti razziali. Il regista da un notevole quadro della società transculturale, dove si scontrano la cultura islamica e quella occidentale. L’integrazione viene spesso vista come rinuncia alla propria cultura e alla propria religione. Nader deve combattere per avere l’amore di Brigitte, perché il corano lo giudica proibito, inoltre vive l’amicizia come una sorta di fratellanza. Lo sguardo che ha la macchina da presa sulla periferia è impietoso. Grandi piani sequenza, tutto è incentrato sui volti dei protagonisti, sullo schermo compaiono scritte in arabo che scandiscono il passare dei giorni. Quello a cui assistiamo è un conflitto forte tra due culture, dall’altra parte vediamo la voglia che ha un adolescente di integrarsi, nel conflitto emerge una grande ricchezza. Il finale totalmente aperto lascia a noi la voglia di decidere cosa accadrà ad Alì dopo una settimana. Film forte, crudo, lirico, commovente, il pubblico in sala entusiasta ha premiato la pellicola con molti applausi. Imperdibile.
Main dans le main di Valérie Donzelli
Ancora una volta Valérie Donzelli si riconferma come una regista di grande talento, dopo i successi della Reine des pommes e la Guerre est declarè, sbarca al Festival Internazionale del Film di Roma con un piccolo capolavoro Main dans le main portando sullo schermo una passione a passo di danza. Hèlène e Joachim sono due persone molto diverse, lei chic, algida dirige la scuola di danza dell’Operà di Parigi. Lui è un modesto vetraio, che insieme alla sorella coltiva l’ossessione per la danza. Il destino li fa incontrare e una forza misteriosa li spinge a stare attaccati l’uno all’altro. Questo li porta a fare gli stessi gesti, a spostarsi se l’altro si sposta, ad avere gli stessi sguardi, insomma per loro si apre l’inferno. La danza li travolgerà e li porterà anche a vivere una grande storia d’amore. Valerie Donzelli fa una trasposizione sul piano fisico di una figura retorica, l’essere inseparabili.
In questo film c’è tutto l’amore per la fisicità del corpo, l’amore per la danza che riesce a farci fantasticare. Per la regista in ogni passo di danza è presente la perfezione del gesto, che è idagato come scrittura del corpo. Nel primo film La Reine du pommes la Donzelli si era ispirata a Truffaut ma tutto questo era stato involontario, in questo nuovo lavoro non sente alcuna necessità di guardare ai grandi del cinema francese, tutto nasce da qualcosa di personale e così si parla di lutto, di separazione, temi a lei molto cari. Con tanta grazia, cerca di affrontare temi molto duri in chiave di commedia. Il film parla anche di disciplina e volontà quella che porta i danzatori ad allenarsi tutti i giorni. La bellezza del film sta nella fusione dei due personaggi l’uno dentro l’altro, si percepisce anche la necessità che hanno di non stare soli. Hèlène e Joachim sono sotto un grande incantesimo che li porta a lasciare i legami precedenti ed a allontanarsi dalla realtà, siamo in piena favola. Il loro lasciarsi per poi ritrovarsi, sarà frutto di una scelta libera di stare insieme. Le immagini girate in super 8, totalmente sgranate e granulose danno alla campagna francese un sapore antico e classico. Deliziosa commedia sull’amore, sulla danza, comica, tenera, romantica dal puro charme. Pubblico in delirio, sala gremita, 15 minuti di applausi e una standing ovation per Donzelli e il suo cast eccezionale: Valèrie Mercier e Jèrèmie Elkaim.
Adele de Blasi
Nader un sedicenne egiziano,che vive a Ostia con la sua famiglia, fa una rapina con il suo migliore amico Stefano e poi torna a scuola. Brigitte, la sua fidanzata italiana, è mal vista dai genitori del ragazzo per ragioni religiose e culturali, allora il giovane protagonista scappa di casa. Il regista parte dalla fuga per raccontare una settimana di vita di Nader, schiacciato dal peso di essere arabo e la voglia di essere italiano. Ma in questa settimana il protagonista affronterà la paura, i nemici, la perdita di un amico, il freddo e la fame fino a ritrovare se stesso. Il titolo scelto è un omaggio a Pasolini che nella poesia Profezia parla della mescolanza di nuove culture e di un giovane Alì che ha gli occhi azzurri, anche Nader porta le lenti azzurre per non sembrare un egiziano e mescolarsi meglio ai suoi compagni di scuola.
Sicuramente nel film c’è un che di pasoliniano, è presente una condivisione estetica con i suoi film dove le emozioni sono grezze. Nella pellicola troviamo una forte realtà che riguarda la stessa vita del protagonista, c’è l’adolescenza vissuta in periferia e i conflitti razziali. Il regista da un notevole quadro della società transculturale, dove si scontrano la cultura islamica e quella occidentale. L’integrazione viene spesso vista come rinuncia alla propria cultura e alla propria religione. Nader deve combattere per avere l’amore di Brigitte, perché il corano lo giudica proibito, inoltre vive l’amicizia come una sorta di fratellanza. Lo sguardo che ha la macchina da presa sulla periferia è impietoso. Grandi piani sequenza, tutto è incentrato sui volti dei protagonisti, sullo schermo compaiono scritte in arabo che scandiscono il passare dei giorni. Quello a cui assistiamo è un conflitto forte tra due culture, dall’altra parte vediamo la voglia che ha un adolescente di integrarsi, nel conflitto emerge una grande ricchezza. Il finale totalmente aperto lascia a noi la voglia di decidere cosa accadrà ad Alì dopo una settimana. Film forte, crudo, lirico, commovente, il pubblico in sala entusiasta ha premiato la pellicola con molti applausi. Imperdibile.
Main dans le main di Valérie Donzelli
Ancora una volta Valérie Donzelli si riconferma come una regista di grande talento, dopo i successi della Reine des pommes e la Guerre est declarè, sbarca al Festival Internazionale del Film di Roma con un piccolo capolavoro Main dans le main portando sullo schermo una passione a passo di danza. Hèlène e Joachim sono due persone molto diverse, lei chic, algida dirige la scuola di danza dell’Operà di Parigi. Lui è un modesto vetraio, che insieme alla sorella coltiva l’ossessione per la danza. Il destino li fa incontrare e una forza misteriosa li spinge a stare attaccati l’uno all’altro. Questo li porta a fare gli stessi gesti, a spostarsi se l’altro si sposta, ad avere gli stessi sguardi, insomma per loro si apre l’inferno. La danza li travolgerà e li porterà anche a vivere una grande storia d’amore. Valerie Donzelli fa una trasposizione sul piano fisico di una figura retorica, l’essere inseparabili.
In questo film c’è tutto l’amore per la fisicità del corpo, l’amore per la danza che riesce a farci fantasticare. Per la regista in ogni passo di danza è presente la perfezione del gesto, che è idagato come scrittura del corpo. Nel primo film La Reine du pommes la Donzelli si era ispirata a Truffaut ma tutto questo era stato involontario, in questo nuovo lavoro non sente alcuna necessità di guardare ai grandi del cinema francese, tutto nasce da qualcosa di personale e così si parla di lutto, di separazione, temi a lei molto cari. Con tanta grazia, cerca di affrontare temi molto duri in chiave di commedia. Il film parla anche di disciplina e volontà quella che porta i danzatori ad allenarsi tutti i giorni. La bellezza del film sta nella fusione dei due personaggi l’uno dentro l’altro, si percepisce anche la necessità che hanno di non stare soli. Hèlène e Joachim sono sotto un grande incantesimo che li porta a lasciare i legami precedenti ed a allontanarsi dalla realtà, siamo in piena favola. Il loro lasciarsi per poi ritrovarsi, sarà frutto di una scelta libera di stare insieme. Le immagini girate in super 8, totalmente sgranate e granulose danno alla campagna francese un sapore antico e classico. Deliziosa commedia sull’amore, sulla danza, comica, tenera, romantica dal puro charme. Pubblico in delirio, sala gremita, 15 minuti di applausi e una standing ovation per Donzelli e il suo cast eccezionale: Valèrie Mercier e Jèrèmie Elkaim.
Adele de Blasi

