Che belli i film di questa nona edizione del Nuovo Cinema israeliano! Due li avevamo già visionati durante le recenti rassegne di Venezia e Cannes: Mountain di Yaelle Kayam e The Farwell Party di Sharon Maymon e Tal Granit, storie completamente diverse tra loro, accomunate però da intensità e originalità. Il primo specificatamene ebreo, il secondo potremmo dire universale nel tema trattato, quello dell’eutanasia, reso tra umorismo yiddish e dramma, adattabilissimi al gusto occidentale, tanto che l’America pare ne abbia già acquistato la sceneggiatura. Un gruppo di cinque vecchietti arzilli (ma neanche tanto) in una casa di riposo (la casa di riposo è diventata location di tanti film negli ultimi anni) che aiutano un loro amico ad affrontare la dolce morte, diventano loro malgrado esperti del fine vita anche per altri che lo richiedono. Ancora una volta una narrazione sulla quarta età, raccontata con leggerezza, forse l’unica maniera per una stagione della vita che angoscia tutti, oramai.
Mountain rimane invece nel privato di una donna che vive con i quattro bambini ed il marito in una casa addossata al cimitero di fronte al Monte degli Ulivi (l’angolo dei vivi, la chiama lei). Famiglia oltremodo religiosa, consuma le sue giornate in una casa triste e priva di luce, tanto che la distesa di tombe luminosissime, di un bianco quasi abbagliante, è il luogo della libertà: lì Tzvia fuma le sue sigarette, conversa con un operaio arabo, assiste ad amplessi notturni. Resta nella memoria il contrasto nitido tra il suo cappotto nero e il bianco del foulard in testa, la sua figura che emerge tra il biancore quasi accecante delle sepolture.
Ci sono molte donne in questa rassegna, registe e protagoniste. E grande novità: la presenza della religione nelle narrazioni e nei personaggi. Oltre al marito di Tzvia, che è un professore ortodosso, c’è il giovane studente di Yeshiva che si innamora perdutamente di una ragazza ammalata di cancro e vive il dissidio insostenibile tra il dovere religioso e l’attrazione sentimentale in Vice Versa di Amichai Greenberg. Questo mediometraggio ha già vinto nel 2015 il premio del pubblico alla decima edizione del Pitigliani Kolno’a Festival di Roma, il cui organizzatore Dan Muggia ha presentato le pellicole a Milano e sottolineato proprio quanto sia insolita e preziosa la presenza della religione nelle nuove storie. Mondo laico e religioso sono stati finora molto estranei tra loro; il cinema sta di fatto accorciando questa distanza, mentre supera finalmente i soliti temi (della guerra, per esempio) e amplia gli orizzonti con argomenti condivisibili anche nel resto del mondo. Uno sguardo più ampio verso l’esterno, quindi, e nello stesso tempo più profondo verso gli aspetti sociali interni.
Per questo il nuovo cinema israeliano ha bisogno di spaziare anche tra i generi: comicità e impegno convivono in questa rassegna, insieme al documentario. Hotline di Silvina Landsmann riprende il lavoro di una Ong, in tanti momenti quotidiani di aiuto ai rifugiati politici. Per molti dei quali non ci sarà questo riconoscimento e verranno rimandati nei loro paesi d’origine dopo lunghi periodi (spesso trascorsi in prigione) d’incerta identità, senza lavoro, né assistenza sanitaria, in una sospensione di diritti a dir poco disumana. Il film rappresenta la crudeltà della burocrazia, sottolinea Emanuele Fiano, presente al cinema per commentare la pellicola. Benvengano, sostiene, film di questo tipo in Israele, che documentano da una parte gli sforzi dei volontari, dall’altra l’assurdità del potere e delle leggi, costruite per allontanare gli stranieri, biecamente. Nel documentario si vede come alcuni di loro si convincono a firmare il consenso per tornare a casa, tanto si fanno insostenibili i tempi dell’attesa, inutile.
Drammi e scomode verità, dunque, ma la rassegna è iniziata volutamente con una commedia: Zero Motivation di Talya Lavie, che ci ha raccontato altre storie di sospensione, ma in maniera divertente, quelle delle soldatesse che nelle “missioni” israeliane vengono impegnate nel portare il caffé agli ufficiali (maschi), e in occupazioni minime, tanto da aspettare solo la fine della leva. Mercoledì 11 maggio sono previste le proiezioni di Farewell Her Schwarz (documentario) e Kicking Out Shoshana (commedia). Nel pomeriggio, a ingresso libero, è previsto un omaggio all’attrice e regista Ronit Elkabetz scomparsa di recente.
Margherita Fratantonio
Mountain rimane invece nel privato di una donna che vive con i quattro bambini ed il marito in una casa addossata al cimitero di fronte al Monte degli Ulivi (l’angolo dei vivi, la chiama lei). Famiglia oltremodo religiosa, consuma le sue giornate in una casa triste e priva di luce, tanto che la distesa di tombe luminosissime, di un bianco quasi abbagliante, è il luogo della libertà: lì Tzvia fuma le sue sigarette, conversa con un operaio arabo, assiste ad amplessi notturni. Resta nella memoria il contrasto nitido tra il suo cappotto nero e il bianco del foulard in testa, la sua figura che emerge tra il biancore quasi accecante delle sepolture.
Ci sono molte donne in questa rassegna, registe e protagoniste. E grande novità: la presenza della religione nelle narrazioni e nei personaggi. Oltre al marito di Tzvia, che è un professore ortodosso, c’è il giovane studente di Yeshiva che si innamora perdutamente di una ragazza ammalata di cancro e vive il dissidio insostenibile tra il dovere religioso e l’attrazione sentimentale in Vice Versa di Amichai Greenberg. Questo mediometraggio ha già vinto nel 2015 il premio del pubblico alla decima edizione del Pitigliani Kolno’a Festival di Roma, il cui organizzatore Dan Muggia ha presentato le pellicole a Milano e sottolineato proprio quanto sia insolita e preziosa la presenza della religione nelle nuove storie. Mondo laico e religioso sono stati finora molto estranei tra loro; il cinema sta di fatto accorciando questa distanza, mentre supera finalmente i soliti temi (della guerra, per esempio) e amplia gli orizzonti con argomenti condivisibili anche nel resto del mondo. Uno sguardo più ampio verso l’esterno, quindi, e nello stesso tempo più profondo verso gli aspetti sociali interni.
Per questo il nuovo cinema israeliano ha bisogno di spaziare anche tra i generi: comicità e impegno convivono in questa rassegna, insieme al documentario. Hotline di Silvina Landsmann riprende il lavoro di una Ong, in tanti momenti quotidiani di aiuto ai rifugiati politici. Per molti dei quali non ci sarà questo riconoscimento e verranno rimandati nei loro paesi d’origine dopo lunghi periodi (spesso trascorsi in prigione) d’incerta identità, senza lavoro, né assistenza sanitaria, in una sospensione di diritti a dir poco disumana. Il film rappresenta la crudeltà della burocrazia, sottolinea Emanuele Fiano, presente al cinema per commentare la pellicola. Benvengano, sostiene, film di questo tipo in Israele, che documentano da una parte gli sforzi dei volontari, dall’altra l’assurdità del potere e delle leggi, costruite per allontanare gli stranieri, biecamente. Nel documentario si vede come alcuni di loro si convincono a firmare il consenso per tornare a casa, tanto si fanno insostenibili i tempi dell’attesa, inutile.
Drammi e scomode verità, dunque, ma la rassegna è iniziata volutamente con una commedia: Zero Motivation di Talya Lavie, che ci ha raccontato altre storie di sospensione, ma in maniera divertente, quelle delle soldatesse che nelle “missioni” israeliane vengono impegnate nel portare il caffé agli ufficiali (maschi), e in occupazioni minime, tanto da aspettare solo la fine della leva. Mercoledì 11 maggio sono previste le proiezioni di Farewell Her Schwarz (documentario) e Kicking Out Shoshana (commedia). Nel pomeriggio, a ingresso libero, è previsto un omaggio all’attrice e regista Ronit Elkabetz scomparsa di recente.
Margherita Fratantonio

