Arriva in sala la commedia campione d’incassi in Europa e che ha raccolto nella sola Francia circa dodici milioni di spettatori Non sposate le mie figlie!, scritta e diretta da Philippe De Chauveron e distribuita dalla 01. Dal 5 Febbraio sarà nei cinema nostrani.
La storia presenta subito e senza particolari indugi un’anziana coppia di genitori che assiste ai matrimoni di tre della loro quattro figlie femmine: una sposa un arabo, una sposa un ebreo e una un cinese. L’anziana coppia in questione sono, al contrario, dei cattolici conservatori che, di conseguenza, riverseranno tutte le loro ultime speranze di vedere un matrimonio ‘normale’ nella loro figlia più piccola. Quest’ultima non tarderà poi a presentargli il suo bel futuro sposo, stavolta cattolico, ma con un colore della pelle diverso da quello che ci si poteva aspettare.
Se il film di De Chauveron ha due pregi senz’altro questi risiedono nel casting del film e quindi nel potenziale smisurato che il cast corale ha e dimostra dentro i 97 minuti del film, e poi di certo nei dialoghi pungenti che, senza mezze misure, portano i personaggi a parlare ora di comunisti ed ora di gollisti, di cattolici e israeliani, immigrazione e integrazione, antisemitismo e globalizzazione. Insomma, ancora una volta la Francia, specie in un periodo post Quasi amici (2011), pare tenga particolarmente ad una commedia brillante che, tra le gag e la linearità di genere del racconto non perde l’anima piena di riflessioni su argomenti scottanti o su cui ancora oggi si discute, dalla politica al sociale, fino all’esistenziale.
Il film riesce, usando la risata come strumento, ad alleggerire evidenziando le contraddizioni e i solchi della società francese odierna, mostrando come di solito il genere maschile sembra più portato al razzismo e alla non accettazione del diverso e il ruolo della donna di certo più aperto e risolutore di parte di questi conflitti, almeno dentro quello che si trova ad essere il microcosmo familiare.
Se di un difetto, invece, possiamo parlare allora si dovrà sondare il copione: se nella prima parte la regia sembra trovare il tempo, tra i dialoghi pungenti, di definire e caratterizzare al meglio tutti i personaggi, la seconda parte del racconto (soprattutto da quando arriva il quarto – futuro – marito) sembra spostarsi più su situazioni e gag fine a se stesse che giocano su argomenti presentati in precedenza, piuttosto che far avanzare realmente la storia o approfondire meglio (o ancora) alcuni personaggi che sembrano non avere il tempo di evolvere e maturare, giungendo quindi rapidamente al matrimonio finale, risolutore quanto psicologicamente pesante da sostenere, lasciando spazio alla morale che una commedia brillante inevitabilmente finisce per avere, chiudendo tutte le storie in un unico pranzo e un ballo dove i pregiudizi, le discriminazioni vanno a perdersi per far emergere quelli che sono i veri valori della famiglia, della coppia, dell’uomo e che vanno di certo oltre la religione d’appartenenza o il colore della pelle.
La storia presenta subito e senza particolari indugi un’anziana coppia di genitori che assiste ai matrimoni di tre della loro quattro figlie femmine: una sposa un arabo, una sposa un ebreo e una un cinese. L’anziana coppia in questione sono, al contrario, dei cattolici conservatori che, di conseguenza, riverseranno tutte le loro ultime speranze di vedere un matrimonio ‘normale’ nella loro figlia più piccola. Quest’ultima non tarderà poi a presentargli il suo bel futuro sposo, stavolta cattolico, ma con un colore della pelle diverso da quello che ci si poteva aspettare.
Se il film di De Chauveron ha due pregi senz’altro questi risiedono nel casting del film e quindi nel potenziale smisurato che il cast corale ha e dimostra dentro i 97 minuti del film, e poi di certo nei dialoghi pungenti che, senza mezze misure, portano i personaggi a parlare ora di comunisti ed ora di gollisti, di cattolici e israeliani, immigrazione e integrazione, antisemitismo e globalizzazione. Insomma, ancora una volta la Francia, specie in un periodo post Quasi amici (2011), pare tenga particolarmente ad una commedia brillante che, tra le gag e la linearità di genere del racconto non perde l’anima piena di riflessioni su argomenti scottanti o su cui ancora oggi si discute, dalla politica al sociale, fino all’esistenziale.
Il film riesce, usando la risata come strumento, ad alleggerire evidenziando le contraddizioni e i solchi della società francese odierna, mostrando come di solito il genere maschile sembra più portato al razzismo e alla non accettazione del diverso e il ruolo della donna di certo più aperto e risolutore di parte di questi conflitti, almeno dentro quello che si trova ad essere il microcosmo familiare.
Se di un difetto, invece, possiamo parlare allora si dovrà sondare il copione: se nella prima parte la regia sembra trovare il tempo, tra i dialoghi pungenti, di definire e caratterizzare al meglio tutti i personaggi, la seconda parte del racconto (soprattutto da quando arriva il quarto – futuro – marito) sembra spostarsi più su situazioni e gag fine a se stesse che giocano su argomenti presentati in precedenza, piuttosto che far avanzare realmente la storia o approfondire meglio (o ancora) alcuni personaggi che sembrano non avere il tempo di evolvere e maturare, giungendo quindi rapidamente al matrimonio finale, risolutore quanto psicologicamente pesante da sostenere, lasciando spazio alla morale che una commedia brillante inevitabilmente finisce per avere, chiudendo tutte le storie in un unico pranzo e un ballo dove i pregiudizi, le discriminazioni vanno a perdersi per far emergere quelli che sono i veri valori della famiglia, della coppia, dell’uomo e che vanno di certo oltre la religione d’appartenenza o il colore della pelle.
Luca Arcidiacono
