Cous Cous (2007) di Abdellatif Kechiche

Non ci sono dubbi: il cibo, oltre che nel titolo, è al centro della splendida narrazione, che ha insieme il sapore della quotidianità e dell’eccezionale, delle domeniche risapute tra parenti e di un progetto che, nella sua esagerazione, si fa trasgressivo. E’ il cibo del paese d’origine, un alimento identitario, un’appartenenza quasi scontata, che nel film diventa dono di sé, di una parte del Sé, simbolo di grande generosità. Non una pietanza qualunque, ma il cous cous, collante di questa famiglia di immigrati alla seconda generazione. Slimane, sessantenne arabo-francese, portuale a Sete, dopo trentacinque anni di lavoro viene licenziato perché ritenuto improduttivo. Che tristezza la precarietà del lavoro che ha raggiunto anche il nostro cinema!

Lo vediamo alla guida del suo motorino, in una città quasi deserta, mentre distribuisce il pesce ai suoi chiassosi familiari che non hanno l’aria di apprezzarlo molto. Lo vediamo solo, in silenzio, nella sua stanza angusta prepararsi il caffé con una caffettiera formato famiglia, accendersi una sigaretta, salutare l’uccellino in gabbia che da mesi non canta più. L’uccellino è rimasto muto, le prestazioni sessuali di Slimane sono divenute difettose.
Per fortuna la ristrettezza della sua camera (nel modestissimo hotel gestito dalla sua nuova compagna) è compensata dalla vista aperta sul porto; il mondo interiore si restringe, ma l’apertura del mare gli darà lo spunto per la sua stravagante idea: aprire un ristorante di cuscus su un barcone che sta quasi affondando.
Prima condivide il progetto con la figliastra Rym che lo incoraggia e lo affianca pazientemente nelle noie burocratiche; poi i maschi della sua numerosa famiglia svolgeranno il lavoro manuale per la ristrutturazione del barcone; saranno infine le donne (tante) a cucinare per la sera della prima, alla quale sono invitate le autorità che dovrebbero rilasciare i permessi definitivi.
Molto si è detto a proposito di questa famiglia, che pur abbandonata dal padre (integrato al punto di vivere con un’altra donna), accorre nel momento del bisogno, e lo si è detto con nostalgia verso un mondo che non c’è più, se non nelle culture diverse, un mondo di famiglie-clan lontanissimo nel tempo del nostro immaginario.
A questo mito parrebbe dedicata la sequenza più lunga del film – quasi quaranta minuti – che è ancor poco definire realista. Ma chi davvero ha vissuto i pasti festivi in una famiglia meridionale sa riconoscere un pizzico di amarezza, proprio nelle voci che si sovrappongono, nelle battute scherzose domenicali, nell’essere a tutti i costi allegri. L’amarezza di chi sente come in fondo la famiglia del sud può essere vissuta come un tutto indifferenziato che ti coinvolge e avvolge, ma che nel darti e pretendere compagnia ti lascia ferocemente solo.
Dov’è il rispetto del singolo? La nuora di Slimane si dispera per il tradimento del marito, ma non le è concesso disertare la mensa; il dolore individuale va differito, deve essere nascosto, ingoiato insieme al cous cous, annacquato e diluito insieme alla coca cola.
Certo, sempre meglio dei parenti serpenti o di quelle storie americane in cui i personaggi si ritrovano il giorno del Ringraziamento per rinfacciarsi la vita intera.
In questo film, la passionalità è celata dietro un’apparente e funzionale leggerezza: la madre abbandonata non sembra soffrire più di tanto se con la sua dedizione alla cucina può ancora riunire figli, generi, nuore e nipoti. Addirittura manda i figli da Slimane a consegnargli il suo piatto di cous cous: con benevolenza o per rimarcare la sua assenza?
D’altra parte uno spunto bellissimo della pellicola è quello in cui sempre lei, la madre della grande famiglia, in un momento di eccessiva abbondanza di cous cous ritiene doveroso tenere un piatto da parte per un povero. “Quale povero?” Chiederà una tra le figlie più giovani. “Il primo che incontri per strada”!
Comunque, è una famiglia alla quale quando si è lontani non si può non pensare di tornare. Forse è per questo che Slimane partorisce il progetto del ristorante, un’idea apparentemente folle, ma l’unica, come di fatto accadrà, che vedrà riunita tutta la sua vecchia famiglia e, incredibile a dirsi, anche quella nuova.
Forse l’ambizione del progetto consiste proprio in questo. E’ il vero ritorno alle origini, la cucitura tra quello che il nostro personaggio è ora a quello che era allora. Il cibo, quel cibo e non un altro, avrebbe potuto operare il miracolo. E forse addirittura il barcone sul porto ha il senso dello sguardo sempre rivolto verso un lontano e personalissimo sud.
E’ il legame alla famiglia e alla terra di provenienza. Non ci vuole una laurea in psicologia per cogliere l’atteggiamento nostalgico del nostro uomo, perché l’edificio della memoria che ad una certa età vuole ricomporsi, che richiede di ricompattarsi appartiene a tutti noi. Il cibo, lo si sa, in questo meticoloso processo di ricongiungimento è il nostro sano, gratificante tributo al passato.
Gianna Schelotto nel suo libro Distacchi e altri addii scrive una pagina semplice ma efficace sull’ostinazione della madre, che emigrata dalla Lucania in Liguria, non poteva concepire un sugo che non fosse rosso, molto rosso; solo dopo anni ha portato in tavola la sua prima pasta al pesto, segno dell’inizio di una sufficiente integrazione.
Con maggiore intensità Ornela Vorpsi in La mano che non mordi rende la sua personalissima madeleine: “ Questo cibo che mi ha nutrito nell’infanzia lo amo ancora. Mastico mentre sono mangiata dai ricordi. Il byrek mi scende di traverso, qualche goccia mi cade dagli occhi. Il cibo dell’infanzia è magico: ho riempito la bocca, ho chiuso gli occhi e sento i passi della nonna dietro le spalle, l’odore dei cachi maturi, la luce forte del sole di Tirana che mi penetra le palpebre, l’amichetta che mi chiama. Finisce il byrek e tutto scompare, la nonna ritorna nella tomba, il cielo è grigio, non c’è nessun albero di cachi nelle vicinanze, ma solo l’odore del brek tra le mani”.
Tornando al nostro Cous Cous il risveglio brusco dal sogno, ahinoi, arriva proprio dalla prima famiglia: il figlio più grande, egoista e superficialone, si rende colpevole di aver sottratto la sostanza stessa del progetto, la semola della pietanza pronta per la sera della prima. Quando tutti gli invitati sono in attesa della delizia promessa, mancherà proprio l’essenza stessa del couscous e tutti i condimenti a niente serviranno per salvare la situazione.
La moglie non si fa trovare in casa quando Slimane la cerca per replicare il miracolo della semola, una moltiplicazione dei pani resa impossibile dalla sua assenza: il cefalo aspetta nei pentoloni fumanti, la gente si spazientisce, le figlie servono alcool per tenere a bada gli invitati. La nuora poi sceglie proprio questo momento per farsi ascoltare e aggiunge tragedia alla tragedia, bloccandolo davanti alla più intensa crisi di pianto e di minacce contro di lui e contro tutta la famiglia.
E alla fine, la società tutta lo tradisce con il furto del motorino in una scena così ingiusta da riassumere il carico di lupini dei Malavoglia affondato insieme a Bastianazzo, e ai ladri di biciclette di De Sica.
Tanta tristezza è confermata dalla dedica del regista alla storia al padre, alla generazione dei padri che “si sono cancellati nello sforzo quotidiano, affinché i loro figli avessero un posto nella società”.
L’omaggio più intenso che il regista ha offerto ai padri è l’amore di Rye verso Slimane. Lei, la figlia acquisita, sarà capace di un amore struggente: struggente la scena finale della danza, quasi una danza sacrificale, il dono del suo corpo al padre che non ha mai avuto.
Proprio oggi ho letto sul supplemento La Repubblica delle Donne che l’attrice Hafsia Herzi ha perso il padre all’età di due anni. Sarà per questo che la dolcezza del suo sguardo su Slimane è la cosa migliore del film? E sarà anche per questo che la scena in cui mangia di fronte a lui (come una ragazzina in piena fase edipica) è addirittura molto più sensuale della sequenza di danza del ventre?
L’amore senza condizioni di questa figlia è ciò che resta impresso nella memoria. Una storia minima recitata in un film lungo perché l’amore va raccontato senza fretta. Anche il cous cous, il suo cous cous, che Slimane offre ai francesi è la prova, in fondo, di una grande generosità. Ancora da Ornela Vorpsi: “Vado a comprare il byrek. Voglio portarlo a Parigi. Ho la sensazione di avere con me un alimento biblico. Una volta che i miei amici occidentali mangeranno la pasta dei Balcani saranno trafitti da una spiritualità che non conoscono”.

Margherita Fratantonio



Cous Cous

Regia di: Abdellatif Kechiche
Sceneggiatura: Abdellatif Kechiche, Ghalya Lacroix
Cast: Habib Boufares, Hafsia Herzi, Faridah Benkhetache, Abdelhamid Aktouche, Bouraouïa Marzouk, Alice Houri, Cyril Favre, Leila D'Issernio, Abdelkader Djeloulli, Bruno Lochet, Olivier Loustau, Sami Zitouni, Sabrina Ouazani, Mohamed Benabdeslem, Hatika Karaoui, Henri Rodriguez, Nadia Taouil
Produzione: Francia, 2007
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 151 min.


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