Woman in Gold di Simon Curtis

Maria Altmann si è resa nota alla cronaca di inzio millennio per aver fatto causa al governo austriaco al fine di riottenere cinque dipinti di Gustav Klimt appartenenti alla sua famiglia e che furono durante l’occupazione nazista trafugati dai gerarchi. Era nata nel 1916 ed era la nipote diretta di Adele Bloch-Bauer (sorella più giovane della madre), la donna raffigurata nel dipinto più noto dell’artista dell’Art Nouveau a cui aveva dato anche il suo nome, Ritratto di Adele Bloch-Bauer, per l’appunto (il nome fu poi modificato dagli stessi nazisti in La dama in oro per occultare le evidenti orgini ebraiche della donna rappresentata). La famiglia di Maria apparteneva alla più alta borghesia della Vienna fra le due guerre, gli zii Adele e Ferdinand (fratello del padre) erano dei veri protettori delle arti. Adele era morta nel 1925 esprimendo per iscritto il desiderio che i dipinti fossero custoditi dalla Galleria Nazionale Austriaca, ma il di lei marito, il reale proprietario delle opere, li aveva lasciati in eredità per testamento alle nipoti. A causa dell’Anschluss Maria e suo marito Fritz Altmann, sposato da poche settimane, furono costretti a fuggire negli Stati Uniti, dove ottennero la cittadinanza alla fine della guerra. Oltre cinquant’anni dopo, essendo ormai l’unica testimone della sua famiglia di quei terribili fatti, e con la morte della sorella maggiore, Maria decide, con l’aiuto di un amico di famiglia, l’avvocato Randy Schoenberg, nipote del noto compositore Arnold Schoenberg, di volersi riappropriare di ciò che le è sempre appartenuto.
Dopo aver portato sulla scena un buon ritratto di Marilyn Monroe in Marilyn (e aver condotto Michelle Williams alla vittoria del Golden Globe e all’ottenimento della sua terza candidatura agli Oscar), Simon Curtis, regista di buona fattura televisiva alla corte della BBC – sua la solida versione del dickensiano David Copperfield, con un giovanissimo Daniel Radcliffe e gli inossidabili Bob Hoskins, Ian McKellen e soprattutto la Betsey Trotwood per antonomasia, ossia Maggie Smith, e quel gioiello di Cranford con Judi Dench - mette in scena una storia vera che ha fatto il giro del mondo e che si sviluppa su due linee temporali: quella della protagonista ormai anziana, che combatte per riprendersi ciò che le appartiene, e i ricordi in flashback degli anni dell’infanzia sulla zia, il periodo dell’invasione nazista a Vienna e la fuga verso gli Stati Uniti. A dare corpo e anima alla Altmann sono Helen Mirren e la giovane Tatiana Maslany (protagonista di Orphan Black). Se la seconda rilascia una bella prova, solida, dolorosa, la Mirren ne costruisce una più ironica e sopra le righe, capace di sopravvivere alle sofferenze con ilarità e intelligenza. Il problema del film è che a tratti sembra troppo sopra le righe, colpa di una sceneggiatura che non riesce a tenere la doppia linea narrativa, passando dal canonico film sui nazisti ad una fase contemporanea che tratta il tema della riappropriazione dei quadri in maniera troppo leggera, tanto che a tratti sembra di essere catapultati in una commediola. Curtis così perde un po’ la mano, forse perché più a suo agio in testi molto più forti, ma gli riesce come sempre bene la direzione degli attori, cosa che poi di fatto è questo film, che ci regala il ritratto di due donne straordinarie: quello di Adele Bloch-Bauer e di sua nipote Maria Altmann. Un’opera poco compatta, anche se a tratti piacevole, che trova il suo punto nodale – ovviamente – nel gigionismo di Helen Mirren, nella forza di Tatiana Maslany. Ryan Reynolds nelle vesti dell’avvocato invece passa inosservato, mentre Katie Holmes nelle vesti della di lui fedele moglie pare sappia sbarrare solo gli occhi in modo cagnesco.

Erminio Fischetti









Woman in Gold
Regia: Simon Curtis
Interpreti: Helen Mirren, Ryan Reynolds, Daniel Brühl, Katie Holmes, Tatiana Maslany, Max Irons, Charles Dance, Elizabeth McGovern, Jonathan Pryce, Frances Fisher, Antje Traue
Produzione: UK, 2015
Durata: 109’
Distribuzione: Eagle Pictures, 15 ottobre 2015
Voto: 2,5/5
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